La prima visita psichiatrica: guida pratica per l’utente

La visita psichiatrica consiste essenzialmente in un colloquio clinico tra un utente ed un professionista della salute mentale, finalizzato all’inquadramento diagnostico, ad una prescrizione terapeutica e ad un orientamento sulla problematica rivolto al diretto interessato e, con il consenso di quest’ultimo, ad uno o più familiari coinvolti. Lo psichiatra è un laureato in medicina e chirurgia, abilitato alla professione medica e specializzato in psichiatria. Tali qualifiche abilitano alla diagnosi ed alla prescrizione di trattamenti psichiatrici. I medici che hanno conseguito la specializzazione in psichiatria sono, inoltre, abilitati, dietro richiesta formale all’albo professionale di appartenenza, all’esercizio della psicoterapia.

Prima di iniziare, permettetemi una premessa a proposito delle preoccupazioni degli utenti candidati a sottoporsi a questo genere di accertamento. Viviamo immersi in una cultura che favorisce lo sviluppo di molte ansie e dubbi in coloro che si apprestano a sottoporsi ad una visita psichiatrica. Tali preoccupazioni rappresentano, in genere, una diretta emanazione di un’infinita schiera di falsi miti e pregiudizi sulla materia e sulle pratiche cliniche ad essa correlate. Connesso al problema culturale, il povero utente in attesa fa esperienza non di rado di sentimenti spiacevoli legati all’ansia per l’incontro con una persona sconosciuta, alla preoccupazione per il giudizio da parte dei familiari e del professionista stesso, nonché alla paura di essere frainteso o trattato con superficialità e condiscendenza. Molte domande possono affacciarsi nella mente di una persona in cerca di cure, solo per citarne alcune: <<sarà un professionista preparato? Come farà a comprendere il mio problema in pochi minuti di conversazione? Mi dirà cos’ho? Chissà quali assurdi farmaci vorrà propormi? Mi considererà un po’ svitato? Ma non sarà che tutti gli psichiatri sono un po’ svitati? Non dovrei piuttosto provare a farcela con le mie forze? Mi farà domande imbarazzanti, tipo sulla mia vita sessuale? Mi considererà patetico e smidollato? Le terapie mi renderanno uno zombie e modificheranno la mia personalità? Farà emergere dei traumi dimenticati facendomi stare male? Parlare tanto di un problema personale non lo rende ancora più doloroso? Mi trasformerà in un individuo dipendente da psicofarmaci? Come farà a definire un problema che io stesso non riesco bene a capire e descrivere? Si accorgerà di cose di cui non sono pronto a parlare e mi forzerà a discuterne? Mio cugino c’è stato ed ora sta ancora peggio, non è meglio parlare dei propri problemi ad un amico fidato? Meglio uno psicologo? Non più rapida e risolutiva l’ipnosi?

Non è questa la sede per discutere e tentare di fugare uno ad uno tutti questi dubbi; sarebbe persino presuntuoso tentare di farlo in assenza di un dialogo diretto. Tuttavia, fare un po’ di luce sulle caratteristiche di una prima visita psichiatrica e sui rispettivi ruoli di medico e utente potrebbe alleggerire il carico emotivo di questi pensieri. Dunque, da dove si parte?

Il ruolo dell’utente: quali informazioni raccogliere, cosa portare con sé, come porsi

Può sembrare inconsueta l’attenzione riposta nelle raccomandazioni che seguiranno a proposito della raccolta e riorganizzazione delle informazioni da parte dell’utente, già prima dell’incontro. L’esperienza clinica, tuttavia, ci istruisce a considerare con molta attenzione le difficoltà dell’utente nell’esporre, di fronte ad una persona mai vista prima, argomenti personali spesso connessi a una notevole sofferenza soggettiva. L’imbarazzo e gli stati emotivi intensi possono frammentare il racconto, ostacolare attenzione e concentrazione, provocare blocchi o accelerare a tal punto il modo di parlare da far perdere di vista, a utente e psichiatra, i punti essenziali del quadro clinico e dell’esperienza soggettiva dell’utente. La pressante consapevolezza di avere un tempo limitato per parlare (o, per alcuni utenti, di averne troppo!) può complicare ulteriormente la situazione. Avere uno schema da cui partire, mentale o su carta, può aiutare a rilassarsi e recuperare il centro di gravità e il senso personale di ciò che s’intende raccontare. La sincerità e la completezza con le quali si forniranno le informazioni potrebbe incidere in modo determinante sull’appropriatezza delle decisioni del clinico e, dunque, sulla qualità dell’assistenza che si riceverà.

Alcuni elementi della preparazione alla visita sono comuni alle altre visite mediche, ad esempio:  

  • Descrivere le manifestazioni del problema principale e i diversi sintomi
  • Riportare nel modo più preciso possibile l’esordio del problema (quando è iniziato)
  • Descriverne l’andamento: fluttuazioni nell’intensità dei sintomi, sequenza con la quale sono comparsi i diversi sintomi, periodi di remissione (scomparsa dei sintomi) e le ricadute (ritorno di sintomi che temporaneamente erano spariti)
  • Tentativi precedenti di cura (quali farmaci, a quali dosaggi, per quanto tempo, psicoterapie effettuate o in corso, etc.), motivi dell’eventuale interruzione dei trattamenti
  • Altri problemi medici di cui si soffre o si è sofferto in passato e relative terapie
  • Abitudini di vita ed eventuali comportamenti contrari alla salute
  • Analisi del sangue recenti e altri esami strumentali importanti (ad esempio, elettrocardiogramma)
  • Citare patologie (attinenti o meno al problema principale) da cui sono o sono stati affetti i propri familiari
  • Fare un breve elenco delle domande che si intendono porre
  • Se si stanno assumendo farmaci (psichiatrici e non), comunicare la misura in cui si stiano effettivamente rispettando le prescrizioni mediche (e le si siano rispettate nei precedenti tentativi di cura)
  • Citare le proprie intolleranze a farmaci o alimenti
  • In ultimo, ma non certo in ordine d’importanza, è necessario che l’utente si adoperi per arrivare puntuale all’appuntamento o, meglio ancora, con qualche minuto di anticipo. Arrivare in ritardo, potrebbe provocare un abbreviamento della durata della visita, con ripercussioni sulla qualità/quantità delle informazioni raccolte dal clinico. Andrebbe a questo proposito, considerato che spesso è sostanzialmente impossibile prolungare la visita oltre l’orario previsto per la sua conclusione. Bisogna, infatti, tenere presente che, specie nel nostro settore (psichiatria e psicoterapia), è da considerarsi una pessima pratica far slittare gli appuntamenti successivi, specie quelli di utenti arrivati puntualmente; giustamente i pazienti pretendono la stessa puntualità che si chiede loro e non riceverli ad orario reiteratamente potrebbe intaccare la qualità del rapporto terapeutico e, dunque, indirettamente, l’aderenza al trattamento e l’efficacia stessa della cura.

In sostanza, rischiare di comprimere il tempo dell’incontro a causa di un ritardo potrebbe inutilmente stressare processi decisionali tanto delicati come quelli relativi all’inquadramento diagnostico e alla prescrizione medica.

Altri elementi importanti da riferire allo psichiatra più specifici della branca sono:

  • Fattori di stress: ossia, eventi, problemi personali, problemi di familiari e amici, preoccupazioni, cambiamenti rilevanti nella condizione e nello stile di vita. Persino eventi generalmente considerati favorevoli come laurearsi, mettere al mondo un figlio, avviare una relazione sentimentale, avere una promozione sul lavoro, acquistare una bella casa e trasferirvisi, andare in pensione dopo averlo desiderato a lungo, guarire da una brutta malattia, vedere un figlio rendersi autonomo etc. possono paradossalmente minacciare i propri equilibri psicologici.
  • Cercare di ricostruire l’andamento dei fattori di stress (periodo in cui si sono presentati, si sono aggravati, loro durata) poiché le correlazioni temporali tra essi e i sintomi potrebbero suggerire chiavi di lettura preziose per comprendere il problema e fornire elementi utili alla diagnosi.
  • Caratteristiche stabili della propria personalità quali: livello di fiducia in se stessi e fattori che influenzano positivamente o negativamente l’autostima, preoccupazioni frequenti, modi di riflettere sulle proprie emozioni e sulle esperienze in genere (ovvero, modi di raccontare a se stessi ciò avviene dentro di sé e nei rapporti con il mondo esterno), capacità di contenere i propri impulsi (ossia, le spinte interne all’azione), senso del dovere, stabilità dei valori di riferimento, stile di comportamento nelle relazioni personali (familiari, partner, amicizie) e sociali (in contesti più ampi come il lavoro, le conoscenze, le amicizie meno intime, le persone appena conosciute), modi di reagire alle problematiche e predisporsi ad affrontarle, limiti e qualità positive che si attribuiscono a se stessi, desideri e aspirazioni, etc.
  • Cercare di capire se, come e quanto i propri sintomi stiano interferendo con la propria vita lavorativa, i propri studi, la propria vita affettiva e sociale, la gestione del proprio corpo e della propria salute, la qualità di vita in generale
  • Percezione personale del supporto interpersonale che si sta ricevendo da familiari, amici, sanità, società, etc.
  • È, infine, utile provare a mettere temporaneamente da parte i propri pregiudizi sulla materia (psichiatria). Si tratta, quasi sempre, di credenze assimilate passivamente dai media, da leggende metropolitane, da racconti di familiari o amici (casi individuali frettolosamente generalizzati), dai social, da film di successo e così via. È buona abitudine ammettere la provvisorietà di opinioni formate sul “sentito dire”, a proposito di campi scientifici complessi di cui si ha una conoscenza superficiale e di cui magari non si ha un’esperienza diretta.

Il ruolo dello psichiatra prima e durante la visita

Il primo contatto con lo psichiatra avviene generalmente su chiamata diretta da parte dell’utente o da parte di un suo familiare. Si considera, in ogni caso, preferibile che sia la persona direttamente interessata ad effettuare la chiamata poiché spesso ciò non solo riduce la tensione nel corso del successivo incontro, ma favorisce anche una responsabilizzazione attiva dell’utente fin dalle prime fasi del trattamento.

Per quanto sia comprensibile un certo disagio nel comunicare i termini del problema per telefono ad un perfetto sconosciuto, è necessario comunque che lo psichiatra possa porre poche semplici domande già durante la chiamata. Questa procedura è, agli effetti pratici, tutt’altro che una formalità poiché non è detto che quello specifico professionista possa prendere in carico un qualsiasi tipo di problema nello specifico contesto in cui opera; pertanto, proprio per evitare dispersioni di tempo, di denaro e di pazienza da parte dell’utente, è bene che il professionista abbia facoltà di decidere se fissare un appuntamento nel più breve tempo possibile o, piuttosto, suggerire un altro professionista o una struttura pubblica cui fare riferimento in alternativa (possibilità che, ben inteso, persiste anche dopo la prima visita).

Nel corso della chiamata, lo psichiatra è tenuto, se necessario, a dedicare all’utente alcuni minuti in più rispetto allo stretto indispensabile o, se impossibilitato in quel momento, a indicare un altro momento della giornata in cui possa essere richiamato e ascoltare con più calma. L’utente, inoltre, deve avere la possibilità di porre una o più domande quali, ad esempio: durata stimata della visita, costi, procedure, raggiungibilità dello studio, etc.

Non di rado, capita che siano altri professionisti a consigliare all’utente di rivolgersi allo psichiatra (psicoterapeuti, medici, educatori, etc.). Naturalmente, anche in questo caso, lo psichiatra dovrà dedicare alcuni minuti all’ascolto del collega inviante, appuntandosi gli elementi essenziali della descrizione del problema e delle cure in corso, ponendo, infine, le dovute domande rivolte a chiarire la cornice delle difficoltà del paziente e il senso dell’invio.

Per i motivi già esposti nel paragrafo sul ruolo dell’utente, lo psichiatra dovrà sforzarsi di accogliere l’utente con la necessaria puntualità e organizzarsi per dedicare un tempo adeguato all’incontro (per la prima visita sarebbe una buona pratica avere a disposizione un tempo compreso all’incirca tra 50 e 90 minuti). Il suo ruolo nelle fasi iniziali dell’incontro è quello di valutare lo stato emotivo dell’utente e di metterlo, nei limiti del possibile, a proprio agio. La prima parte del colloquio, generalmente, è dedicata all’ascolto accurato del racconto del paziente a proposito della sua difficoltà principale; gli interventi dello psichiatra saranno inizialmente brevi e rivolti soprattutto a favorire il resoconto dell’utente, aiutandolo a chiarirne alcuni aspetti, a riprendere il filo quando dovesse smarrirlo, a limitare le divagazioni ed a riprendere a parlare quando in difficoltà nel farlo. Durante l’ascolto, lo psichiatra si pone in una condizione tutt’altro che passiva: deve, infatti, mantenere livelli molto alti di attenzione e concentrazione, osservare le caratteristiche del linguaggio verbale e non verbale dell’utente, cercare, entro certi limiti, di immedesimarsi nelle vicende e nei sentimenti dell’utente per cogliere alcuni aspetti della sua esperienza soggettiva, decidere con attenzione quando intervenire per supportare l’utente nel suo resoconto. Nella fase iniziale, inoltre, il clinico comincia a formulare nella sua mente alcune ipotesi sulla natura delle difficoltà presentate, per quanto ancora provvisorie e tutte da verificare. Nella fase centrale dell’incontro, le domande dello psichiatra direzionano in modo più evidente il dialogo verso determinate aree della vita psicologica e pratica dell’utente. Il ruolo del clinico diviene più esplicitamente attivo e l’intento diviene principalmente quello di confermare, smentire o rifinire le impressioni derivate dalla prima parte del colloquio (Othmer E, Othmer SC, 2004). Vengono, inoltre, esplorate altri possibili aspetti del disagio (diverse aree sintomatologiche) e si indagano i potenziali fattori condizionanti, causali o aggravanti del problema, nonché le fonti di sollievo e speranza, presenti nella vita dell’utente o insite nel suo assetto di personalità.

Trattandosi di una visita medica, naturalmente, non mancheranno domande a proposito della salute e dei trattamenti connessi a problematiche organiche, nonché richieste riguardanti i più recenti esami di laboratorio e strumentali (con particolare riferimento alle analisi ematochimiche e all’elettrocardiogramma).

Stiamo così avvicinandoci alla fase finale della visita. A questo punto, in genere, il professionista domanda se ci siano altre informazioni potenzialmente utili alla comprensione del problema non ancora riferite dall’utente. Negli ultimi dieci-venti minuti di visita, il professionista è tenuto a riassumere gli elementi principali emersi dalle fasi precedenti e a esplicitare le proprie impressioni cliniche e la sua comprensione dell’insieme delle difficoltà sino a quel punto trattate. Il linguaggio con cui trasmettere la propria valutazione dovrà essere il più possibile chiaro e privo di termini troppo strettamente gergali (ossia, espressi in “medichese” o “psicologese”). Laddove dovesse essere necessario citare un termine tecnico, lo psichiatra avrà cura di tradurlo in un linguaggio più adeguato ai non addetti ai lavori. Una volta ascoltato il parere del clinico, l’utente dovrà sentirsi in diritto di esprimere liberamente dubbi e domande. Qualora ciò non dovesse avvenire in modo spontaneo, il clinico cercherà in ogni caso di sollecitare l’utente a commentare ed esporre le proprie richieste. Lo psichiatra esporrà quindi le diverse opzioni di trattamento: prescrizione di farmaci, psicoterapia, farmaci e psicoterapia in associazione o altro. Nel caso di una prescrizione farmacologica, la ricetta dovrà essere redatta nel modo più chiaro possibile ed il professionista domanderà all’utente di leggerla accuratamente prima che la visita termini e di porre tutte le domande ritenute necessarie. Potrebbe essere richiesto all’utente di compilare un questionario diagnostico (relativo a sintomi e comportamenti) al termine dell’incontro, con la finalità di chiarire ulteriormente il quadro clinico e di quantificare le diverse aree di sofferenza psicologica. I risultati del questionario saranno trattati in maniera del tutto confidenziale ed esposti all’interessato nella visita successiva. Inoltre, dopo qualche settimana o mese, una seconda somministrazione del questionario potrà essere impiegata per discutere assieme all’utente dell’entità della risposta ai trattamenti conseguita sino a quel punto. È necessario sottolineare quanto una compilazione sincera ed aperta del questionario possa aiutare il clinico a rifinire le proprie impressioni diagnostiche e a suggerirgli alcuni argomenti di discussione di notevole rilevanza per le successive visite. Al termine dell’incontro, si concorderà una visita di controllo ed approfondimento. Il clinico dovrà, infine, chiarire la propria reperibilità telefonica (giorni, orari), funzionale al monitoraggio degli effetti terapeutici e degli eventuali effetti collaterali (nel caso di una prescrizione farmacologica).

 

Consapevole di non aver illustrato esaustivamente le caratteristiche di un colloquio clinico in queste poche righe, a conclusione dell’articolo, mi sembra opportuno schematizzare e riassumere quanto sinora esposto, attraverso il seguente specchietto:

 

Ruolo e compiti dell’utente Ruolo e compiti dello psichiatra
Puntualità rispetto all’appuntamento concordato. Portare con sé la documentazione medica e un’agenda. Mettere tra parentesi pregiudizi e convinzioni dogmatiche e preconcette sulla psichiatria e sulla psicoterapia Preparazione alla visita mediante contatti telefonici e rilettura degli appunti, puntualità
Descrizione del quadro del proprio disagio Accoglienza, rispetto, ascolto attivo, rispettoso ed empatico
Citazione del momento di esordio delle difficoltà e delle fluttuazioni nei sintomi Facilitazione dell’esposizione, immedesimazione, osservazione delle caratteristiche del linguaggio verbale e non verbale, nonché delle modalità d’interazione con il clinico (in questa come in altre fasi)
Descrizione dei fattori di stress e dei cambiamenti occorsi nel proprio stile di vita nel periodo antecedente all’insorgenza Modalità di ascolto simili alle fasi precedenti, domande esplorative e rivolte al chiarimento del racconto. Formulazione di ipotesi, ma contemporanea astensione da formulazioni diagnostiche definitive o dall’assunzione di nessi causali stabiliti come certi e indiscutibili
Racconto dei precedenti trattamenti Prendere nota dell’efficacia dei trattamenti, rilevare le modalità d’interazione dell’utente con precedenti clinici e con i trattamenti stessi.

Studio del rapporto dell’utente con l’idea di avere delle difficoltà psichiche.

Descrizione degli altri problemi medici, dei relativi trattamenti e delle abitudini di vita. Presentazione di referti medici (ad esempio, analisi del sangue, elettrocardiogramma).

Citare le intolleranze a farmaci e alimenti.

Patologie dei familiari e relativi trattamenti

Prendere appunti in modo più accurato. Diagnosi differenziale (problema psichico primario o secondario a patologie mediche, sostanze d’abuso o farmaci?)

Annotarsi le intolleranze

Considerazione del grado di efficacia di trattamenti cui sono stati esposti i familiari per problemi simili a quelli dell’utente

Descrivere la propria personalità abituale (modi consueti di essere, di reagire e di fare; con particolare riferimento alle fasi esenti dai sintomi in oggetto) Formulazione di ipotesi circa i nessi tra personalità e suscettibilità ai disturbi presentati. Ipotesi su sulle alterazioni della personalità indotte dai sintomi stessi. Riflessione su come gli elementi di personalità costituiscano dei fattori di complicazione o di alleviamento dei disturbi (analisi dei limiti personali e delle risorse interne).
Espressione dell’interferenza reciproca che si riesce a identificare tra disagio personale e funzionamento (scolastico, lavorativo, interpersonale, di personalità) Identificazione di nessi tra sintomi e funzionamento
Rilievi sul supporto sociale percepito (aiuto emotivo e pratico ricevuto da familiari, amici, colleghi, società, istituzioni) Rilievo delle risorse esterne effettivamente disponibili e analisi delle modalità di percezione e fruizione delle stesse da parte dell’utente
Ascolto attento ed espressione del proprio parere e delle proprie reazioni alle parole del clinico.

Eventuali aggiunte al racconto

Restituzione (spiegazione) delle proprie impressioni cliniche. Proposta delle proprie ipotesi sui rapporti tra diversi aspetti del racconto dell’utente (sintomi, fattori di stress, personalità, funzionamento, risorse esterne)
Lettura attenta della ricetta e richiesta di chiarimenti Proposta di trattamento e/o ulteriori accertamenti. Particolare attenzione viene posta alle possibili interazioni con i farmaci che l’utente sta attualmente assumendo e alla verifica di eventuali controindicazioni al trattamento che s’intende proporre
Prendere nota della disponibilità ai contatti telefonici successivi; richieste e domande finali Spiegazione dei benefici potenziali delle cure e dei tempi previsti per il loro manifestarsi. Avvertire dei possibili effetti collaterali. Evitare di promettere guarigioni miracolose o di criticare in modo grossolano e frettoloso i precedenti tentativi di cura. Comunicazione della propria disponibilità telefonica
Concordare un appuntamento successivo e prendere nota Proposta di una data e di un orario per la visita di controllo
Attenzione, apertura e sincerità nella compilazione al questionario. Somministrazione del questionario o del test psicologico.

Obbligo di riservatezza sulle informazioni raccolte attraverso il colloquio ed il questionario; archiviazione del materiale in linea con l’attuale normativa sulla privacy

 

 

 

Bibliografia

Othmer E, Othmer SC (2002). L’intervista clinica con il DSM-IV-TR. Raffaello Cortina Editore, 2004.

 

 

 

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Il Functional Assessment of Personality (FAP). Una valutazione funzionale della personalità applicata alle storie del TAT. Di Stefano Martellotti e Riccardo Caporale

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Il manuale è il risultato di un originale lavoro di sintesi e superamento da parte degli Autori dei principali modelli di interpretazione contemporanei rivolti alle narrazioni TAT. Dopo una prima parte rivolta ai contributi teorici che l’hanno ispirato, descrive le nuove ed accurate regole di somministrazione e di inchiesta, per poi approfondire le specifiche modalità di scoring e attribuzione dei punteggi.

Partendo dalla Social Cognition and Object Relations Scale di Drew Westen ed integrandola con i più recenti contributi sia di Hedwig Teglasi sugli schemi e sulle cognizioni che di George F. Ronan sul Personal Problem-Solving System-Revised (PPSS-R), il FAP si propone come un nuovo sistema di analisi qualitativa e quantitativa delle storie basato sulla valutazione di quattro principali macro domini della personalità: funzioni integrative, funzioni adattive, funzioni connesse alla condotta interpersonale, maturità della dimensione etica. La griglia permette per ogni dimensione in oggetto una facile differenziazione ed attribuzione dei livelli interpretativi anche grazie a chiari punti d’ancoraggio, un’innovativa e sistematica scomposizione delle storie ed una più proceduralizzata modalità di conduzione della fase d’inchiesta.

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Separazioni precoci dalla madre e frequenza degli incubi negli adulti

Ricercatori ungheresi (Csòka S et al., 2011) hanno dimostrato una relazione tra separazioni precoci dalla madre nella propria biografia (nel primo anno di vita, per almeno un mese) e incubi o sogni connotati da affetti negativi in età adulta.

Gli autori hanno intervistato 5020 soggetti, riscontrando associazioni statisticamente significative tra separazione materna precoci e incubi / sogni emotivamente disturbanti in età adulta.

La presenza di sintomi depressivi al momento dell’intervista si è rivelato un mediatore rispetto al rapporto statistico tra separazione precoce e incubi; la correlazione tra separazione precoce e affettività negativa nei sogni, invece, è rimasta significativa anche quando il risultato è stato controllato per la presenza di sintomi depressivi.

Gli autori hanno interpretato questi risultati considerando la separazione precoce come promotore di una stabile inclinazione all’emozionalità negativa nelle fasi successive della vita, a sua volta responsabile di un’elevata frequenza di sogni a contenuto affettivo spiacevole. Una cronica disposizione all’emozionalità negativa, conseguente alla separazione precoce, sembra in grado di promuovere l’insorgenza di incubi soprattutto quando essa prenda la forma di una sindrome depressiva.

Fonte: Csòka S, Simor P, Szabò G, Kopp MS, Bòdizs R. “Early maternal separation, nightmares, and bad dreams: results from the Hungarostudy Epidemiological Panel”. Attach Hum Dev. 2011 Mar; 13(2): 125-40.

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Lo stile d’attaccamento è “visibile” nei sogni?

Alcuni studi si sono dedicati alla ricerca di correlazioni tra stile d’attaccamento (modalità di percezione, reazione, gestione e comportamento nell’ambito delle relazioni affettive) e contenuti onirici.

Ad esempio, un gruppo di ricercatori israeliani (Mikulincer M et al., 2011) ha studiato 1000 sogni di 68 giovani adulti, mediante l’analisi con il metodo denominato “Core Conflictual Relationships Theme”*. I temi così rilevati sono stati correlati ai punteggi ottenuti dagli stessi soggetti ad un questionario sullo stile d’attaccamento (Experiences in Close Relationships) e alle esperienze stressanti del giorno precedente.

Il grado di evitamento ** nello stile d’attaccamento è risultato associato a desideri di evitamento e a rappresentazioni negative delle altre persone nei sogni.

Il grado di ansietà*** è, invece, risultato associato a desideri di vicinanza interpersonale, specialmente nei sogni occorsi nelle notti successive a giornate stressanti, e a un’alternanza di rappresentazioni positive e negative degli altri Le rappresentazioni oniriche negative degli altri nei soggetti con elevato grado di ansietà sono risultate più comuni nei giorni successivi a giornate stressanti.

Questi risultati confermano che l’analisi dei sogni è in grado di far luce sulle rappresentazioni mentali di sé e dell’altro e sugli schemi d’interazione con gli altri nel contesto delle relazioni affettive. Il lavoro sui contenuti onirici in psicoterapia può contribuire a portare alla consapevolezza tali schemi automatici e rappresentazioni inconsce, favorendo così lo sviluppo di un maggiore grado di flessibilità nello stile d’attaccamento e nella gestione dei problemi di rapporto.

Un altro vantaggio del lavoro sul sogno consiste nella possibilità di esaminare e affrontare i problemi d’attaccamento anche nei casi in cui le narrazioni coscienti (sui rapporti, su se stessi e sugli altri) e i risultati ai questionari self-report non forniscano delucidazioni attendibili o esaustive circa lo stile di elaborazione mentale e comportamento dei pazienti nei rapporti affettivi.

*Il metodo Core Conflictual Relationship Theme (CCRT) (Luborsky, 1998) è una misura degli schemi relazionali centrali, per come essi appaiono nelle narrazioni verbali relative alle proprie relazioni (narrazioni ottenute principalmente nelle sedute di psicoterapia). Esso identifica 3 componenti: i desideri del soggetto, le risposte del partner relazionale e le reazioni del soggetto a tali risposte.

**Evitamento: disagio per la vicinanza emotiva e per la dipendenza dal partner

***Ansia (come dimensione dello stile d’attaccamento): inclinazione a vissuti di ansia, timore, rabbia (protesta nei riguardi della figura d’attaccamento), bassa inclinazione ai comportamenti esplorativi in assenza del partner.

Fonte: Mikulincer M, Shaver PR, Avihou-Kanza N. “Individual differences in adult attachment are systematically related to dream narratives”. Attach Hum Dev. 2011 Mar;13(2): 105-23.

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I vantaggi della terapia combinata, psicoterapia-psicofarmaci, nel trattamento dei disturbi depressivi e d’ansia

Un gruppo di ricercatori olandesi, svedesi e tedeschi ha recentemente realizzato una vasta meta-analisi per confrontare l’efficacia della terapia farmacologica con antidepressivi rispetto al trattamento combinato (psicofarmaci + psicoterapia) sui disturbi depressivi e d’ansia.

La ricerca ha combinato i risultati di 52 studi (numero totale pazienti: 3623), 32 dei quali sui disturbi depressivi e 21 sui disturbi d’ansia.

La terapia combinata ha dimostrato complessivamente un impatto doppio rispetto ai trattamenti con i soli antidepressivi.

Il trattamento combinato si è dimostrato di maggiore efficacia per il trattamento della depressione maggiore, del disturbo di panico e del disturbo ossessivo-compulsivo.

Considerando, poi, gli studi che hanno incluso rivalutazioni successive alla conclusione dei trattamenti (follow-up), gli autori hanno riscontrato che i trattamenti combinati dimostrano una maggiore persistenza degli effetti terapeutici rispetto ai trattamenti con i soli antidepressivi.

Nel complesso, lo studio indica che il trattamento basato unicamente sugli psicofarmaci non costituisce una terapia ottimale per i disturbi depressivi e d’ansia.

Fonte: Cuijpers P et al. (2014) “Adding Psychotherapy to antidepressant medication in depression and anxiety disorders: a meta-analysis”. World Psychiatry 13:1 – February 2014.

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La ricerca scientifica sul sogno in congresso a Roma il 7 e 8 novembre 2014

Il congresso proporrà una discussione interdisciplinare sul sogno, focalizzata sulle prospettive scientifiche e culturali in grado di fornire una cornice integrativa ed esplicativa del fenomeno onirico. Alla ricerca sul sogno di tipo medico e neurofisiologico, si affiancheranno i dati e le analisi derivanti dai campi della psicologia – psicoterapia, delle scienze cognitive, della filosofia e dell’arte. Il congresso avrà, dunque, l’obiettivo di offrire una lettura completa e multidisciplinare di un fenomeno mentale tanto diffuso quanto sfuggente.

Per maggiori informazioni:

http://www.asdreams.org/regionals/2014november-european-regional/

Per il download del programma completo:

http://www.asdreams.org/regionals/wp-content/uploads/2014/04/Program_The-Varieties-of-dreaming-7-8-nov-ver2.pdf

per contattare via email l’organizzazione:

nicola.zippel@gmail.com

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Amicizia, benessere mentale, salute del corpo

segui il link

http://www.medicitalia.it/minforma/psichiatria/2020/amicizia-benessere-mentale-salute-del-corpo.html 

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