La visita psichiatrica di controllo. Guida pratica per l’utente

Indice dell’articolo:

  1. I giorni successivi alla prima visita
  2. Perché è necessario effettuare le visite psichiatriche di controllo
  3. Quando vanno effettuate le visite di controllo
  4. Quanto dovrebbe durare una visita psichiatrica di controllo
  5. Ruolo e compiti dell’utente nelle visite di controllo
  6. Ruolo e compiti dello psichiatra nelle visite di controllo

Questo articolo intende fare un po’ di chiarezza sui ruoli di utente e psichiatra nel corso delle visite psichiatriche di controllo (o di verifica del trattamento).

  1. I giorni successivi alla prima visita

L’utente è chiamato ad iniziare nel più breve tempo possibile la terapia eventualmente prescritta nel corso della prima visita. Generalmente, questa è una fase piuttosto ansiogena per l’utente e, non di rado, per i suoi familiari. La principale preoccupazione riguarda la possibile comparsa di eventi avversi o collaterali. Naturalmente, qualsiasi terapia potenzialmente efficace può presentare degli inconvenienti, ma molti non sanno che ci sono una serie di buone notizie sulla tollerabilità e la sicurezza della maggior parte dei trattamenti impiegati nella nostra branca:

a) gli effetti collaterali sono generalmente lievi o transitori (giorni);

b) i trattamenti a base di molecole con potere sedativo non ostacolano in modo evidente le capacità di studiare, lavorare o fare attività fisica, a condizione ovviamente che i dosaggi siano stati prescelti in base alle caratteristiche specifiche del soggetto (caratteristiche fisiche, stato di salute, tollerabilità individuale). Effetti sedativi più fastidiosi possono verificarsi solo in alcune circostanze: primi giorni di trattamento in persone non esposte in precedenza a trattamenti simili, dosaggi elevati somministrati a causa della particolare complessità del quadro clinico rilevato in prima visita, particolari suscettibilità dell’utente non prevedibili sulla base del primo incontro (circostanza piuttosto rara), associazione con alcol o sostanze di abuso, assunzione di altri farmaci in grado di produrre sonnolenza.

c) lo psichiatra è formato a monitorare tali effetti (parlando con l’utente e prescrivendo degli esami clinici) e ad intervenire, se necessario, modificando i dosaggi oppure ordinando la sospensione del trattamento. Nel corso della prima visita, lo psichiatra ha cura di avvisare l’utente a proposito di quegli effetti collaterali che dovrebbero sollecitare un’immediata comunicazione degli stessi al clinico.

d) gli effetti collaterali generalmente terminano in tempi piuttosto brevi dopo la sospensione del trattamento

e) il disagio soggettivo connesso ad un effetto collaterale, per quanto rilevante, non indica necessariamente che la salute del paziente sia in quel momento gravemente in pericolo; ovviamente, per sicurezza, è sempre meglio confrontarsi col medico quando si suppone che la nuova terapia ne sia responsabile.

Pur considerando i punti precedenti, è bene sottolineare che tra la prima visita e le successive, nonché dopo ogni cambiamento nel regime terapeutico, sarà essenziale che utente e psichiatra facciano la loro parte nell’attività di monitoraggio perché ciò incrementa notevolmente la sicurezza dei trattamenti.

  1. Perché è necessario effettuare le visite psichiatriche di controllo

Seguire stabilmente una terapia psichiatrica in assenza di visite specialistiche in cui si verifichi il buon andamento della stessa produce il più delle volte più danni che benefici.

Vado ad elencare i maggiori rischi per la salute che un tale atteggiamento tende a comportare:

a) la diagnosi psichiatrica non viene approfondita né confermata (o rettificata): in questi casi, si insiste con un trattamento non mirato ed efficace, nella migliore delle ipotesi, solo sul breve termine;

b) non viene adeguatamente verificata la sicurezza del trattamento con rischi potenzialmente gravi;

c) non viene stabilita la necessaria relazione con un clinico che sappia apportare tempestivamente i necessari correttivi al trattamento in corso;

d) l’aderenza alle prescrizioni viene il più delle volte meno col passare del tempo oppure la terapia viene assunta in modo parziale o scorretto, spesso sotto la funesta supervisione del “dr. Google”;

e) nel caso in cui siano state prescritti farmaci della famiglia delle benzodiazepine (o tranquillanti minori come lormetazepam, alprazolam, diazepam, bromazepam, etc.) si potrebbe andare incontro nel tempo a fenomeni di tolleranza (riduzione dell’efficacia del farmaco agli stessi dosaggi e necessità di aumentarli progressivamente per ottenere il medesimo beneficio della fase iniziale) o dipendenza (fenomeni di astinenza che insorgono quando si tenta di ridurre o sospendere il trattamento).

f) pericolose interazioni farmacologiche che possono presentarsi nel momento in cui all’utente siano stati prescritti altri trattamenti medici

g) assenza di controllo su problematiche mediche successivamente insorte o diagnosticate che potrebbero controindicare il prosieguo del trattamento basato sui farmaci prescritti nelle prime visite psichiatriche

h) mancato monitoraggio sulle ricadute. Una crisi emotiva può, infatti, essere preceduta dall’insorgenza di sintomi sentinella (precursori). Essi vengono generalmente trascurati o minimizzati dai soggetti in trattamento; al contrario, queste manifestazioni possono essere facilmente identificate da un professionista della salute mentale. Allo stesso modo, la presenza di fattori di stress, gli effetti che essi stanno producendo sul piano emotivo e le modalità controproducenti che i soggetti stanno ponendo in essere (altri rilevanti elementi promotori di una frattura psichica) non vengono adeguatamente rilevati dagli utenti (specie quelli digiuni di psicoterapia) mentre riceverebbero molta attenzione in una visita psichiatrica di controllo o in una seduta di psicoterapia. Una ricaduta (ritorno dei sintomi) può essere più facilmente controllata attraverso visite regolari poiché, attraverso gli opportuni correttivi al trattamento, essa può essere affrontata a partire dai suoi primi segnali, seguendo il motto “uccidi il mostro finché è piccolo”. In altri casi, essa può essere prevenuta e non manifestarsi affatto.

f) Una certa percentuale di utenti non risponde ai trattamenti di prima linea oppure risponde solo parzialmente. In assenza di revisioni al trattamento, viene a pregiudicarsi la qualità di vita e aumenta la probabilità che ci sia una ricaduta. Le visite dei primi mesi sono spesso mirate a correggere i dosaggi dei farmaci o a sostituire uno o più principi attivi in caso di mancata o scarsa risposta alla prima prescrizione. Nella grande maggioranza dei casi, poi, andrebbe esplorata la possibilità d’integrare il trattamento farmacologico con una psicoterapia (se non già in corso), con un professionista qualificato.

  1. Quando vanno effettuate le visite di controllo

Diversi parametri incidono sulla decisione dell’intervallo di tempo che s’intende far trascorrere tra una visita e la successiva, andiamoli a conoscere:

  1. Grado d’intensità dei sintomi e di urgenza
  2. Periodo di trattamento: fase iniziale, fase di mantenimento, fase di riduzione o interruzione del trattamento, gestione di una ricaduta
  3. Tempi di risposta attesi in base alla tipologia di farmaci prescritti
  4. Qualità della risposta clinica ottenuta attraverso il trattamento precedentemente prescritto
  5. Necessità di effettuare approfondimenti anamnestici (ricostruzione della storia clinica) o diagnostici (appuntamento per test psicologici o interviste cliniche strutturate; vedi altro articolo su questo sito a proposito delle procedure diagnostiche)
  6. Vulnerabilità alla crisi da parte dell’utente, a sua volta dovuta a: 1. fattori di stress; 2. supporto sociale; 3. assetto di personalità; 4. diagnosi principale e comorbidità (quando vi sono altri disturbi compresenti a quello che ha maggiormente catturato l’attenzione del clinico e dell’utente); 5. Numero di ricadute nella storia clinica e livello di gravità delle crisi precedenti
  7. Psicoterapia: può essere in corso, assente o in fase di avvio; fare attenzione al grado di efficacia della terapia psicologica in corso o già terminata, rispetto agli obiettivi terapeutici.

In linea di massima, l’intervallo tra la prima e la seconda visita varia da 1 e 6 settimane. Il periodo compreso tra la seconda e la terza generalmente è in linea di massima abbastanza simile a quello tra la prima e la seconda. L’intervallo temporale tra le visite successive è più variabile, in ragione dei parametri appena elencati, potendo essere compreso tra 4 settimane e 3 mesi.

  1. Quanto dovrebbe durare una visita psichiatrica di controllo?

La durata di una visita di controllo è variabile, ma, nella mia personale esperienza clinica (che consta di qualche migliaio di visite), ho potuto verificare che avere a disposizione un tempo inferiore ai 30-45 minuti ostacola la possibilità di utente e psichiatra assolvano adeguatamente ai compiti che descriverò nei paragrafi successivi. Una contrazione del tempo dovuto a ritardi o ad un numero eccessivo di visite stabilito per quel giorno potrebbe incidere negativamente sia sulla qualità complessiva dell’assistenza sia sulla costruzione di un rapporto terapeutico basato su una buona alleanza terapeutica (o di lavoro). Ma cos’è l’alleanza terapeutica esattamente? Essa si compone essenzialmente di due fattori: a) l’accordo esplicito tra utente e psichiatra sulle finalità del trattamento; b) la capacità dei due di collaborare attivamente per conseguirle, entro una cornice di rapporto fondata sul rispetto reciproco, sulla fiducia, nonché sulla sincerità e trasparenza nelle comunicazioni e nelle intenzioni. È stato ampiamente dimostrato quanto la qualità dell’alleanza incida sui risultati dei trattamenti in psichiatria e psicoterapia. Basti pensare a quanto la stessa aderenza ai trattamenti, altro fattore che, nella maggioranza dei casi, fa la differenza tra successo e insuccesso terapeutico, sia influenzata dalla qualità dell’alleanza. Nella pratica, inoltre, ho potuto osservare, in quasi tutti i casi, quanto la stessa percezione soggettiva degli effetti collaterali e terapeutici della cura sia condizionata dal grado di alleanza sino ad allora stabilita tra psichiatra e utente.

Naturalmente, essa non può essere una precondizione alla relazione terapeutica poiché, come in tutti gli altri rapporti umani di tipo cooperativo, si forma ed evolve progressivamente. Si tratta, dunque, di una costruzione graduale non sempre agevole a causa di (a) problemi nella motivazione dell’utente (molto variabile a seconda del caso), (b) nella consapevolezza del problema, ma anche, come affermato nel precedente articolo sulla prima visita, (c) per l’effetto di pregiudizi molto diffusi riguardanti la psichiatria, la psicoterapia e gli psicofarmaci. Avere poco tempo a disposizione, per conoscersi e confrontarsi serenamente sui problemi e sulle cure, può incidere negativamente sulla costruzione dell’alleanza. Il fattore durata, dunque, è una variabile di assoluta rilevanza e la sua contrazione tende a minacciare l’efficacia delle cure.

Può sembrare scontato, ma è sempre il caso di ricordare quanto per una persona in difficoltà sia più facile sentirsi presa sul serio quando gli venga offerto un adeguato spazio per l’ascolto empatico e l’orientamento a proposito del suo disagio (ossia, l’illustrazione di ciò che l’esperto ha compreso del problema e della persona, nonché degli aspetti tecnici e pratici delle cure).

  1. Ruolo e compiti dell’utente nelle visite di controllo

È venuto il momento per l’utente di presentarsi alla visita di controllo. Il suo stato d’animo naturalmente sarà variabile, dipendendo principalmente dalla qualità della risposta ottenuta dal trattamento e dal suo stato di compenso, ovvero dalla misura in cui il suo disagio si sarà ridotto ed il suo funzionamento abituale sarà stato ripristinato. Certamente anche il grado di fiducia nello psichiatra, maturato fino a quel momento, e la qualità dell’alleanza tra i due principali attori del percorso psichiatrico (utente e clinico) modificheranno il vissuto con il quale ci si avvicina alla visita. Proviamo, comunque, a dare qualche suggerimento pratico.

Per i motivi esposti nel precedente articolo sulla prima visita e nel paragrafo sulla durata della visita, un requisito essenziale per partire con il piede giusto è la puntualità. Per predisporsi alla visita con un assetto psicologico adeguato è, inoltre, consigliabile non precipitarsi all’appuntamento all’ultimo momento, ma difendere dall’assalto dagli impegni della vita quotidiana il tempo necessario a raggiungere lo studio con sufficiente calma.

Nella prima fase del colloquio, lo psichiatra generalmente non pone domande specifiche, lasciando libero l’utente di iniziare dall’argomento che gli appare come più emotivamente rilevante o urgente. Sarebbe opportuno che il racconto dell’utente vertesse maggiormente sull’efficacia percepita del trattamento e sugli eventuali problemi riscontrati dall’inizio della cura in termini di tollerabilità della stessa. Se l’utente sente di stare meglio grazie alla cura, è chiamato a specificare quali sintomi siano scomparsi o si siano ridotti e in quale misura ciò si sia verificato (ad esempio, “mi sento molto più energico”, “l’ansia è meno forte di prima”, “non ho avuto attacchi di panico”, “sono un po’ meno triste di prima”, “riposo meglio quasi ogni notte”, etc.). Probabilmente, a questo punto il clinico potrebbe intervenire per invitare l’utente a specificare meglio alcuni aspetti del racconto con domande tipo: “da quanto tempo l’ansia sembra essersi ridotta?”, “va meglio tutti i giorni o continuano ad esserci quelle giornate negative di cui mi aveva parlato?”, “quando il problema si ripresenta, dura per tutta la giornata o per un periodo più ristretto?”, “dopo quanto tempo dall’inizio della cura ha cominciato a sentirsi più energico e attivo?”, “nell’ultima settimana, quante notti è riuscito a riposare bene?”. Le domande di specificazione e chiarimento si riferiscono quasi sempre al “come”, al “quali (sintomi)”, al “quanto” e al “quando”, ossia ai parametri clinici quali-quantitativi e temporali dell’impatto del trattamento. Già prima della visita, è utile che l’utente faccia mente locale o prenda qualche appunto sull’andamento dei suoi sintomi e dei suoi disturbi.

L’utente dovrà sforzarsi di essere sincero a proposito di quanto sia riuscito o abbia voluto obbedire alla prescrizione medica rilasciata nella visita precedente. È di fatto impossibile per uno psichiatra valutare l’efficacia del trattamento in corso senza essere in possesso del dato sull’aderenza (o compliance). Se la comunicazione del grado di aderenza al trattamento sarà imprecisa od omissiva, la prescrizione che scaturirà dalla visita di controllo potrebbe risultare inutile o dannosa. Facciamo un esempio. Il Sig. Mario (nome di fantasia) si reca ad una prima visita psichiatrica. Il clinico rileva uno stato depressivo e decide di prescrivergli 20 mg al giorno del farmaco Stopdepressil (altro nome di fantasia). Si arriva al giorno della visita di controllo e lo psichiatra vuole valutare l’impatto del trattamento prescritto. Il problema, a questo punto, è che Mario ha iniziato ad assumerlo solo 2 settimane dopo la visita, ha dimenticato diverse assunzioni di Stopdepressil e si è dimezzato il dosaggio pensando di contenere un effetto collaterale senza avvisare. A questo punto, lo psichiatra, ignaro della scarsa aderenza di Mario, rileva la permanenza dello stato depressivo decide di sostituire il farmaco, in favore di una molecola più potente oppure aggiunge un altro medicinale alla cura o, ancora, a raddoppia il dosaggio di Stopdepressil, esponendo così l’utente ad un inutile carico di trattamento o a fastidiosi effetti collaterali. Mario, quindi, si trova dinnanzi ad una scelta che non può effettuare in sicurezza senza il supporto del medico: assumere la nuova terapia? Oppure assumere Stopdepressil al dosaggio della prima visita per poi recarsi, in una situazione ancora più confusa, alla visita successiva non confessando il pasticcio?

Potrà sembrare un racconto paradossale, ma in molti casi che ho avuto l’opportunità di seguire mi sono imbattuto in situazioni assimilabili alla vignetta su Mario. Molto spesso, in questi casi, il trattamento non ha avuto l’esito sperato oppure ci sono voluti tempi più dilatati per ottenerlo e un carico di effetti collaterali che sarebbe stato facilmente evitabile. Senza una rilevazione adeguata e una condivisione del dato sull’aderenza alla prescrizione, generalmente il trattamento fallisce, è più costoso e pericoloso, ha un’efficacia parziale o, più semplicemente, viene interrotto prematuramente dall’utente a causa della perdita di motivazione o di un deterioramento della relazione terapeutica.

Come già accennato, l’altro compito fondamentale dell’utente è quello di segnalare qualsiasi forma di disagio psichico (ad esempio, irritabilità, iperattività o difficoltà di concentrazione) o fisico (nausea, mal di testa, diarrea, stipsi) che sia insorto successivamente all’introduzione del nuovo trattamento. Può essere, comunque, importante riportare anche sintomi che, pur presenti prima di iniziare la nuova cura, si siano notevolmente aggravati nei giorni successivi all’avvio della stessa. In medicina, un’associazione cronologica tra due eventi non costituisce sempre la prova che tra i due eventi (nel nostro caso, assunzione farmaco – effetto collaterale) sussista una relazione di causa-effetto. La contemporaneità dei due elementi dovrà piuttosto essere considerata alla stregua di un indizio da verificare e incrociare con altri elementi e circostanze. Vale sempre la pena di ricordare che la menzione di un determinato effetto nel “foglietto illustrativo” del farmaco non costituisce una prova certa di un rapporto causale tra l’assunzione dello stesso e lo sviluppo di un effetto collaterale, in special modo quando esso rientri tra gli effetti rari o rarissimi. In sostanza, sia il clinico sia l’utente sono chiamati a riflettere sul problema razionalmente e senza pregiudizi sulla presunta “colpevolezza” o “innocenza” di un determinato principio attivo. L’utente, inoltre, dovrà tentare, nei limiti del possibile, di contenere la propria ansia o la propria irritazione nel corso del dialogo sulla natura degli effetti collaterali per evitare di incrinare la propria capacità di riflettere in modo equilibrato sulla questione. Dopo aver menzionato gli eventuali effetti collaterali, l’utente dovrebbe anche specificarne l’intensità e la tolleranza personale (emotiva) rispetto ad essi. Come detto, la maggior parte degli effetti collaterali sono transitori, non pericolosi per la salute e dose-dipendenti (proporzionali al dosaggio del farmaco); pertanto, nella maggioranza dei casi, non sarà particolarmente complesso porvi rimedio.

A questo punto, l’utente potrebbe aggiungere delle annotazioni su quanto la cura lo stia aiutando a recuperare le proprie capacità di studiare, lavorare, trascorrere piacevolmente il tempo libero e relazionarsi agli altri. Un parametro di fondamentale importanza nella valutazione dell’impatto delle cure è, infatti, quello del recupero della cosiddetta capacità di funzionamento premorboso (ossia, relativo al periodo antecedente alla comparsa dei sintomi).

È poi di vitale importanza che l’utente abbia con sé i referti degli esami eventualmente prescritti nella visita precedente e che informi prontamente il clinico circa le novità inerenti al suo stato di salute ed ai farmaci che sta assumendo (quelli prescritti da altri medici). Nella mia pratica clinica, ho potuto spesso rilevare, con un certo sgomento, che molte persone non ricordano i nomi dei medicamenti che gli sono stati prescritti oppure che dimenticano alcuni farmaci abitualmente assunti quando si chieda loro di elencarli. Ciò comporta problemi e rischi importanti per la salute. Quando la consapevolezza di ciò che si sta assumendo e del perché si stiano seguendo determinate cure è scarsa, diventa più probabile che vi siano dimenticanze, errori e fraintendimenti con i medici. Senza trascurare poi il terribile rischio che il medico, a propria insaputa, prescriva dei trattamenti che presentano interazioni pericolose con farmaci che l’utente sta assumendo, ma che ha dimenticato di nominare al professionista! Un altro problema ancora è che lo psichiatra sia ostacolato e confuso nella rilevazione e nell’interpretazione dello stato psichico dell’utente quando a condizionare il funzionamento mentale di quest’ultimo sia l’effetto di farmaci prescritti da altri medici per altre ragioni (ad esempio, insonnia e altri sintomi psichici indotti da un cortisonico ad altri dosaggi). In tali condizioni, si potrebbero persino ingenerare errori diagnostici o delle valutazioni erronee sugli effetti, terapeutici e collaterali, delle cure psichiatriche. Per tutti questi motivi, è di assoluta importanza che nel corso di ogni visita l’utente sia in possesso di una lista di tutti i farmaci che sta correntemente assumendo e dei referti di altre visite o accertamenti effettuati tra una visita psichiatrica e l’altra.

Naturalmente, anche i fattori di stress saranno oggetto della discussione e l’utente avrà il compito di parlare di quanto al momento ne sia disturbato, di quanto li percepisca come affrontabili e di come eventualmente si siano modificati tra una visita e l’altra.

Come già descritto a proposito della prima visita, va ricordato che l’utente ha facoltà di porre le domande che ritiene necessarie sul proprio stato di salute psicologica, sulla natura delle sue difficoltà dal punto di vista del clinico, sulla prognosi (previsioni sul decorso, sull’esito e sulla curabilità del suo problema) e sulle diverse opzioni di trattamento (quelle già esplorate e quelle non ancora proposte). Accade spesso che un utente abbia già posto domande simili nelle precedenti visite e ascoltato con attenzione le parole dello psichiatra, ma che, allo stesso tempo, non sia riuscito ad afferrare del tutto il senso di queste comunicazioni. In questi casi, sarà utile che tenti di superare eventuali imbarazzi, chiedendo al clinico esplicitamente di ripetere o precisare meglio le sue descrizioni. Naturalmente, sussiste un gap tra psichiatra e utente in termini lessicali e di conoscenza sulla materia. Gli utenti non sono tenuti a conoscere il linguaggio medico-psichiatrico o a padroneggiare la materia per poter essere curati. Il dialogo e lo sforzo reciproco di capire e farsi capire possono ridurre la distanza tra le competenze tecniche ed esperienziali dei due quel tanto che basta perché l’utente possa orientarsi su argomenti complessi come la diagnosi, le terapie, il senso delle decisioni del clinico. L’accumularsi di queste interazioni, se ben condotte, può contrastare almeno tre tra i più acerrimi nemici dei nostri trattamenti: a) la passività di alcuni utenti; b) il fai-da-te di altri; c) la mancanza di consapevolezza di molti rispetto al perché ci si stia curando, al come ciò stia avvenendo, a cosa si stia effettivamente contrastando con efficacia e cosa invece appaia al momento più resistente al cambiamento.

Infine, come già affermato nella guida sulla prima visita, un compito dell’utente è anche quello di leggere accuratamente la prescrizione rilasciata nel corso della visita di controllo per poter porre eventuali domande prima dei saluti.

Riassumiamo i compiti fondamentali dell’utente:

  • Puntualità, portare con sé referti e informazioni (consigliabili appunti su carta o, se lo si preferisce, supporto elettronico)
  • Descrizione più accurata possibile dell’andamento dei sintomi e degli eventuali effetti collaterali
  • Sincerità e precisione nel riportare il grado di aderenza alle precedenti prescrizioni
  • Fornire informazioni sul proprio funzionamento esterno (studio, lavoro, relazioni, tempo libero)
  • Fornire informazioni mediche (variazioni dello stato di salute generale e dei trattamenti, esito di accertamenti clinici)
  • Informazioni sui fattori di stress e sulla percezione soggettiva degli stessi
  • Porre domande, richiedere chiarimenti sui propri problemi e sui trattamenti in corso
  • Leggere con attenzione la nuova prescrizione prima che la visita termini e chiedere eventuali chiarimenti
  • Compilare con sincerità e accuratezza il questionario diagnostico eventualmente proposto dallo psichiatra

Ruolo e compiti dello psichiatra nelle visite di controllo

Lo psichiatra predispone e gestisce i suoi appuntamenti per ricevere con puntualità l’utente e dedicare un tempo adeguato alla visita. Come in ogni altro incontro, accoglie l’utente e si predispone ad un ascolto improntato al rispetto e alla tolleranza delle sue specifiche caratteristiche personali, per quanto esse possano differire da quelle del professionista. Lo psichiatra deve aver svolto una formazione personale e professionale che l’abbia messo nelle condizioni di mantenere un atteggiamento autentico, non giudicante ed empatico nel corso dei colloqui clinici.  La puntualità e il rispetto reciproco costituiscono la base per costruire una relazione di cura funzionale; è, pertanto, necessario che entrambi i partecipanti facciano del proprio meglio perché ciò avvenga.

Lo psichiatra, come accennato, dedica i primi minuti dell’incontro all’ascolto del racconto dell’utente, limitandosi a pochi interventi finalizzati ad avviare, promuovere e, se necessario, contenere il suo resoconto. Nel frattempo, prende atto delle condizioni psichiche dell’utente valutandone il linguaggio (tono, ritmo, andamento, contenuti, etc), la mimica, la postura, la gestualità, nonché le caratteristiche delle sue modalità d’interazione con il professionista. Successivamente, come riportato nel paragrafo precedente, pone delle domande rivolte al chiarimento del racconto dell’utente o all’esplorazione di elementi rilevanti non ancora citati spontaneamente dall’utente.

Ma dove vanno a parare in genere le domande di uno psichiatra? Le aree che lo psichiatra tende ad esplorare con una certa sistematicità sono simili nelle diverse visite; pertanto, può essere utile per l’utente cercare di familiarizzare con le domande “tipiche” perché divenga via via più semplice orientarsi di fronte ad esse. Andiamo ad elencare quali aspetti della vita psichica e pratica costituiscono più spesso il focus delle domande dello psichiatra:

  • Domande per esplorare e chiarire gli stati d’animo, i comportamenti e le esperienze soggettive
  • Domande relative all’andamento dei fattori di stress: quelli costantemente presenti come quelli di più recente insorgenza. Verranno esplorati sia gli aspetti oggettivi (concreti) sia quelli soggettivi (percezione personale, vissuti, propositi dell’utente rispetto al problema)
  • Domande riferite al funzionamento esterno dell’utente: efficienza nello studio/lavoro, qualità/quantità delle interazioni interpersonali, capacità di organizzare e sfruttare il tempo libero, modalità di approccio e risoluzione dei problemi personali
  • Compliance o aderenza ai trattamenti: puntualità e precisione nell’assunzione dei farmaci, capacità di frequentare con regolarità e partecipazione le visite psichiatriche e le sedute di psicoterapia (se in corso)
  • Domande riferite all’esperienza soggettiva del trattamento farmacologico: percezione degli effetti terapeutici da un punto di vista qualitativo (sotto quale profilo va meglio o peggio) e quantitativo (quanto, da 1 a 10, effettivamente i trattamenti stanno spostando nel contenimento dei sintomi)
  • Domande sulle condizioni fisiche e sull’andamento delle problematiche mediche; annotazioni sulle variazioni di terapie farmacologiche diverse da quelle psichiatriche. Presa visione di esami strumentali e analisi.
  • Eventuali domande sulle risorse esterne, ossia sul supporto sociale (da parte di partner, famiglia, società) che l’utente sente di stare ricevendo o di poter ricevere
  • Eventuali domande sull’andamento della psicoterapia in atto: “come va la relazione col terapeuta?”, “si sente a proprio agio, capito/a e sostenuto/a nel corso delle sedute?”, “cosa sta capendo di sé e dei suoi problemi?”, “su cosa state lavorando e con quali finalità?”,
  • Eventuali domande sulla qualità del sonno e sui sogni.

Lo psichiatra non è interessato alle risposte per pura curiosità o per un’astratta passione di tipo scientifico/intellettuale; egli/ella tenta, piuttosto, di sollecitare la partecipazione alla raccolta di tutte queste informazioni per il semplice motivo che la valutazione dell’andamento di un trattamento e il decision-making (decidere cosa fare) dello psichiatra deve basarsi su un’analisi multi-prospettica delle condizioni interne e contestuali dell’utente.

Dopo questa fase più esplorativa della visita, lo psichiatra è tenuto a restituire all’utente la propria valutazione e decidere se confermare o rettificare il trattamento psicofarmacologico in atto. A questo punto, solleciterà domande anche per considerare quanto l’utente abbia compreso del colloquio e per evitare di chiudere l’incontro con dubbi e incomprensioni. Scrive quindi la ricetta medica nel modo più chiaro possibile, includendo eventuali prescrizioni di esami o visite mediche presso altri specialisti. Suggerisce, poi, una data per la visita di controllo, considerando i parametri già citati nel paragrafo “quando vanno effettuate le visite psichiatriche”. Prima di concludere la visita, chiede all’utente di leggere accuratamente la ricetta e dichiarare i propri dubbi nell’interpretazione della stessa. Rinnova la propria disponibilità telefonica (specificando i giorni e gli orari in cui sarà più facile reperire il professionista), ribadendo che gli sms e le mail non costituiscono dei mezzi adeguati per i confronti sui trattamenti, né per lo spostamento o la cancellazione di appuntamenti.

Se necessario, somministra nuovamente all’utente un questionario di valutazione della sintomatologia per approfondire e quantificare le impressioni cliniche.

Se l’utente sta effettuando una psicoterapia presso un altro professionista (in genere, uno psicologo psicoterapeuta), sarà cura dello psichiatra aggiornare lo psicoterapeuta a proposito del trattamento psicofarmacologico in corso. Nel corso del confronto con il terapeuta, lo psichiatra ribadirà la propria disponibilità a ricevere aggiornamenti e suggerimenti da parte dello psicologo, attraverso gli strumenti ritenuti più adatti alla situazione.

Riassumiamo per semplicità i compiti e i ruoli dello psichiatra:

  • Puntualità, dedizione nel tempo dedicato alla visita (non inferiore a 30-45 minuti)
  • Ascolto dell’utente connotato da accettazione incondizionata, rispetto, accettazione ed empatia
  • Valutazione dello status (condizioni psichiche, espresse dal linguaggio verbale e non verbale dell’utente e dalle sue modalità d’interazione)
  • Approfondimenti sulla sintomatologia residua dell’utente
  • Valutazione dei fattori di stress e delle modalità di valutazione/azione dell’utente rispetto agli stessi
  • Valutazione del funzionamento dell’utente
  • Dialogo sull’aderenza/compliance al trattamento e approfondimento delle eventuali difficoltà dell’utente nel rispettarla
  • Domande sull’esperienza soggettiva del trattamento
  • Domande sulle condizioni mediche dell’utente e sui trattamenti disposti in merito
  • Eventuali domande sul supporto sociale (o risorse esterne), sulla psicoterapia, sul sonno e i sogni
  • Restituzione (spiegazione) all’utente della propria valutazione
  • Ricetta, appuntamento, disponibilità telefonica successiva, raccolta e risposte a domande e dubbi da parte dell’utente
  • Eventuale somministrazione questionario e confronto con lo psicoterapeuta (quando presente e quando non sia lo stesso psichiatra ad effettuare la psicoterapia)
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