La seduta di psicoterapia … e poi?

Una seduta di psicoterapia ha una durata compresa tra i 45 e i 55 minuti. Secondo una visione non idealizzata della mente del terapeuta,tuttavia, il lavoro non può esaurirsi a quel punto. Un tempo variabile tra 5 e20 minuti va dedicato alla stesura degli appunti. Perché? Come mi sforzo da anni di trasmettere ai miei allievi, il tempo da dedicare alla scrittura fa parte del pacchetto di mansioni  acquistato dal paziente al momento del pagamento dell’ onorario. In altre parole, è uno spazio imprescindibile da difendere con le unghie dalle mille incombenze e dalla nostra stessa inerzia. I motivi sono molti, tenterò di elencare quelli essenziali:
1. Tenere un diario delle informazioni cliniche fondamentali del percorso terapeutico.
2. Conservare uno spazio di riflessione insostituibile, facilitato dalla stessa scrittura e dall’esdersi ritagliati un segmento della giornata dedicato esplicitamente al pensiero.
3. Migliorare l’ estensione e la chiarezza delle informazioni riguardanti il paziente per supportare le scelte cliniche.
Dimostrare al paziente, attraverso la prontezza con cui richiamiamo informazioni sul percorso di cura, che “lo teniamo bene a mente”, “che investiamo su di lui/lei” e che “non è uno dei tanti pazienti”, bensì una persona unica, avente caratteristiche individuali che vogliamo considerare andando al di là della conoscenza offerta da una mera etichetta diagnostica.
4. Richiamare nelle sedute o nei periodi successivi informazioni, episodi e dati clinici connessi agli argomenti che si stanno trattando con il paziente.
5. Avere degli appunti da riesaminare in caso di impasse terapeutica o rottura dell’ alleanza terapeutica
6. Prevenire rotture nell’alleanza terapeutica mettendo in evidenza, mediante la scrittura, sottili tensioni transferali/controtransferali, sulle quali riflettere tra una seduta e l’altra e discutere con il paziente appena possibile
7. Lavorare sui sogni in modo più efficace, potendo identificare con più chiarezza la presenza di filoni narrativi sui temi fondamentali delle problematiche del paziente
8. Connettere le osservazioni svolte nel corso delle sedute con i dati provenienti dalle valutazioni e relazioni psicodiagnostiche
9. Permettere al terapeuta un’autosservazione più limpida relativa ai suoi atteggiamenti e alla qualità dei suoi interventi verbali.
10. In casi e situazioni selezionate, può essere un esercizio utile, la lettura degli appunti relativi a un incontro nella seduta successiva, aprendo una riflessione condivisa con il paziente sulle percezioni, deduzioni e collegamenti del terapeuta.

Cosa dovrebbero contenere gli appunti?
Un report dovrebbe contenere annotazioni relative allo status psicologico e psicopatologico, al rapporto con il setting, al transfert e controtransfert, all’andamento dell’alleanza terapeutica, integrazioni anamnestiche, fantasie e sogni, eventuali psicofarmacoterapie e altri elementi organici. Oltre a queste aree, meritano qualche riferimento anche gli interventi terapeutici, le reazioni del paziente a tali interventi, i tratti e le dinamiche del paziente che fanno la loro comparsa nei racconti di quest’ultimo e nelle vicissitudini della relazione terapeutica. La lista potrebbe ancora essere lunga, ma una trattazione esaustiva esula dagli scopi di questo breve articolo. L’impiego di questa metodologia richiede un addestramento specifico nell’ambito di supervisioni cliniche con terapeuti esperti che aderiscono a questa impostazione.

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